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Alla Montecatini dal 1969 alla chiusura degli stabilimenti, ufficio progettazione meccanica.

Che cosa facevate alla Montecatini?

Sono molto grato alla Montecatini per avermi dato la possibilità di apprendere tante cognizioni tecniche e di acquisire professionalità sul lavoro, cose che mi sarebbero molto servite nel prosieguo della mia attività lavorativa.

I settori tecnici speciali erano tanti: carpenteria pesante, tracciatura delle lamiere per il successivo taglio e formatura nel reparto caldareria, la fonderia con i forni elettrici annegati in mega fondazioni di cemento armato, modellistica, costruzione di valvolame, tecniche di impiego di tanti materiali rari, tecniche di collaudo certificate da enti ufficiali italiani come ANCC, tra le quali ricordo le radiografie che venivano realizzate e sviluppate internamente, i liquidi penetranti per il controllo delle saldature, gli estensimetri per controllare l’allungamento dei materiali, le prove idrauliche per il controllo della resistenza a pressione oppure al vuoto dei recipienti, le tecniche di collaudo dimensionali. Non ultima la saldatura dell’acciaio e delle leghe speciali, in tutte le sue specialità: Tig, Mig, automatiche, manuali con elettrodi, ad arco sommerso ecc., sotto la direzione specialistica del signor Fornari.

La Montecatini era veramente un colosso mondiale e primeggiava a livello europeo, con investimenti importanti in molti settori quali chimica, chimica industriale, petrolchimica, materie plastiche (il famoso Moplen) e tecnofibre. A Pesaro, su indicazioni degli studi centrali di Milano, veniva eseguita l’intera progettazione, costruzione e collaudo, di apparecchiature esportate in tutto il mondo per impianti chimici e petrolchimici, impiegando i più svariati materiali allora esistenti.

Ci racconta qualche aneddoto particolare?

A un certo punto fu necessario acquistare un tornio verticale più grande. Un tornio verticale consiste in una grande piattaforma rotonda girevole, azionata da un motore elettrico e da un enorme basamento fissato saldamente a terra per annullare la controreazione della piattaforma girevole durante l’asportazione dei trucioli. Tutto il lavoro venne affidato al personale interno che come me vedeva per la prima volta quell’enorme macchinario. Quando il lavoro di installazione credevano di averlo ultimato, chiamarono il capo reparto, il signor P., per fare un’ispezione approfondita sul lavoro eseguito prima di fare gli allacci elettrici e il collaudo finale. Questi, che era di pochissime parole ma molto efficaci, a volte urlate per superare gli inevitabili rumori dell’officina, fece un giro attorno al tornio e si accorse che avevano fissato a terra non il basamento, ma la tavola girevole. Si recò dal capo operaio e gli disse nel suo dialetto veneto e con tutta la calma che aveva: “Adesso per lavorare facciamo girare il capannone?”.

Un’altra volta ricordo che era appena stata terminata la costruzione e l’avviamento dei forni di fusione dei materiali del nuovo reparto della fonderia, era praticamente impossibile non andare a vedere il risultato finale. Un giorno mi recai quindi sul soppalco della fonderia, dal quale si potevano vedere dalle bocche di fusione i nuovi forni. Ebbi fortuna, perché proprio in quel giorno stavano fondendo un acciaio speciale. Anche oggi si vedono spesso per televisione delle colate di acciaio o di ghisa, ma essere sopra e a distanza ravvicinata alla bocca di fusione e vedere l’acciaio che bolle, evocando allusioni infernali e che dal calore emesso ti costringe a starne lontano, dà una emozione tale che non si può tradurre in parole. È stata un’esperienza più unica che rara.

Foto: Fusione nel reparto Fonderia, anni ‘60 – Fondo Marilena Rossi