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Alla Montecatini dal 1964 al 1984 come carpentiere e saldatore.

Come è stato assunto alla Montecatini?

Nel 1964, avevo 22 anni, un mio vicino di casa aveva fatto domanda per me senza dirmi niente perché mio padre non voleva. Mio padre lavorava alle miniere di Cabernardi che erano della Montecatini, era un lavoro molto duro e lui della Montecatini non ne voleva sapere.

In che reparto lavorava? Che prodotti realizzavate?

Nel reparto carpenteria, poi sono diventato capo squadra dei saldatori. Per essere capo squadra dovevi avere delle qualifiche di saldatura, dovevi saper saldare il ferro, l’acciaio inossidabile, le leghe di nichel, il rame, l’alluminio… Per avere una qualifica quinta super, dovevi saper saldare tutti i materiali. Si facevano anche i turni di notte quando c’erano consegne importanti e se eravamo molto indietro si lavorava anche i giorni di festa. Dentro [i reparti] c’era molto rumore, usavamo le cuffie e i tappi, però… Molti hanno la pensione di invalidità, perché hanno sempre le orecchie che fischiano, anche io, quando parli devo stare girato per sentire se no davanti faccio fatica… Perché ti vedo parlare, muovere la bocca, se no…

L’ultimo lavoro che abbiamo fatto, lo chiamavano ‘toro,’ era enorme. Siamo andati a montarlo a Mantova a 20-30 metri di altezza, sopra una piattaforma, con tutti i tubi che venivano giù che dovevano essere saldati. Gli addetti alla sicurezza di CGIL e CISL appena arrivati ci hanno mandato via dicendo “tornate indietro, andate là e fatevi dare un elmetto”. Che poi l’elmetto non ce l’avevano, ce ne hanno dato uno vecchio che hanno dovuto disinfettare. Per saldare i tubi serviva uno che ci entrasse dentro con una scarpetta con il gas. Non andava nessuno. “Come non va nessuno”, facciamo, “andiamo noi”. “Se la prende lei la responsabilità?”, mi fanno. “E perché”, gli ho detto, “è la prima volta?”. Allora ho preso un ragazzo dei nostri, gli ho detto te vai dentro, io ti lego per la gamba con una corda e poi sto lì, ogni tanto ti guardo. Mentre l’altro di fuori saldava lui intanto dentro gli spostava questa scarpetta con il gas.

E al di fuori dell’orario di lavoro cosa facevate?

C’erano tante attività. La Montecatini aveva una squadra di calcio e faceva un torneo con quelli dell’INPS, dei Vigili. Si giocava d’estate. Poi c’erano le colonie, le gite per noi operai, c’era il dopolavoro e uno spaccio aziendale, quando si staccava andavamo lì a vendere la roba, ma era una cosa per noi dipendenti. Vendevamo di tutto a prezzo di costo: l’olio, la pasta, il tonno. Coi soldi dello spaccio e quelli che ci dava la Montecatini facevamo le gite e una domenica sì e una no andavamo a vedere le partite di calcio di serie A a Cesena. Poi c’erano le colonie, mi ricordo che ci sono andato con mio padre al mare, dalle parti di Cervia. E avevamo 3 cabine al mare, con 3-4 ombrelloni, dove adesso c’è il Paradise Beach, davanti al Cruiser. Non si pagava niente. Sono finiti quei tempi. Pensi che prima che arrivassi io in quei famosi bagni che c’erano laggiù al mare gli operai non potevano andare…

Chi ci andava? Gli impiegati?

Gli impiegati che si mescolavano con gli operai? Mai! I colletti bianchi erano i colletti bianchi. Si facevano i gruppi, come in tutte le cose… Non so, la fonderia andava per i cavoli loro, gli impiegati idem. I saldatori facevano la cena tutti gli anni, anche due volte all’anno. L’abbiamo fatta anche un mese fa. E quando incontriamo qualcun altro che era delle Montecatini ci dice: “La prossima volta chiama anche a me! Ti do il numero di telefono”.

Foto: Amerigo Rossi e Oder Romani, saldatura di un fondo in alluminio, s.d. – Fondo Ezio Bartoli